L’efficace processo della visualizzazione

Comincia pensando alla fine

Cominciare pensando alla fine significa iniziare con una chiara comprensione della nostra destinazione. Significa sapere dove siamo diretti, così da capire meglio dove ci troviamo ora e far si che i passi da noi compiuti siano sempre nella direzione giusta.

VIDEO (UN ESEMPIO DI “COMINCIA PENSANDO ALLA FINE” – ASCOLTATE BENE L’INTERVISTA A LINO BANFI)

Guardatevi, ascoltatevi, vi svegliate ancora entusiasti del nuovo giorno, ben intenzionati a non dormire un solo minuto più del necessario? Vi abbandonate al riso come facevate un tempo? Trovate la vostra vita personale divertente come in passato? E sul lavoro, vi divertite ancora? Se vi rendete conto che il lavoro, le relazioni e la vita nel suo insieme non vi infondono energia e speranza per il futuro, è segno che forse abbiamo smarrito il senso del nostro sé reale. Allora è giunto il momento di guardarci dentro e capire chi siamo diventati.

Il sé ideale è svanito e il vostro sé reale è sfocato! – cogliere la realtà della propria vita può non essere semplice.
 Come è possibile che questo accada a persone di normale intelligenza? Come può sfuggirci la percezione di ciò che siamo diventati? Probabilmente, la sindrome della rana bollita*** – il lento impercettibile insinuarsi del compromesso e della compiacenza – è ciò che più ostacola l’esatta percezione della nostra immagine. Sebbene gli altri, intorno a noi, riescano a coglierlo con chiarezza, noi perdiamo la capacità di comprendere chi siamo diventati.

Con il tempo, come sotto l’effetto di un anestetico, la presenza del sé ideale non si avverte più, la visione si offusca e si perdono di vista i sogni. Il peso di responsabilità quali il mutuo della casa o il mantenimento dei figli agli studi, insieme al desiderio di condurre un certo stile di vita, può spingere la gente a percorrere una determinata strada, indipendentemente dal fatto che essa sia o meno in linea con i propri sogni. Si diventa insensibili alla passione e ci si appresta a lasciare ancora più spazio nella propria vita alle attività contingenti.

Il sé ideale lascia lo spazio al sé normativo. 
Sono i genitori, il coniuge, i capi e gli insegnanti a darci la loro versione del nostro sé ideale, quando ci dicono chi dovremmo essere: questa immagine genera il sé normativo, ossia la persona che pensiamo di dover diventare. Accettando il sé normativo facciamo di esso una sorta di contenitore che ci intrappola e ci troviamo a muoverci al suo interno, simili ad un mimo che tasta pareti invisibili.

Quando soccombiamo alla convinzione di essere vittime delle circostanze e ci arrendiamo al determinismo, perdiamo speranza e ambizione e ci appiattiamo alla rassegnazione e all’inattività. “Sono una pedina, una marionetta, una ruota dell’ingranaggio e non posso farci nulla. Ditemi solo cosa devo fare”. Moltissime persone intelligenti e dotate si sentono così e soffrono l’ampia gamma di stati di scoraggiamento e depressione che ne consegue. La risposta della cultura popolare per sopravvivere a tutto questo è il cinismo: “Limita le tue aspettative dalla vita al punto da non essere più deluso da niente e da nessuno”. Il diverso e contrastante principio di crescita e speranza nella storia è la scoperta che “Sono io la forza creativa della mia vita”.

Oggi molte persone sono oppresse dalla paura. Hanno paura del futuro. Si sentono vulnerabili sul lavoro. Temono di perdere il posto e, di conseguenza la capacità di mantenere le loro famiglie. Questa vulnerabilità spesso favorisce la rassegnazione a una vita senza rischi e alla co-dipendenza dagli altri al lavoro e a casa. Nella nostra cultura la risposta più comune al problema è l’indipendenza. “Devo concentrarmi su ‘me stesso e ciò che è mio’. Farò il mio lavoro, lo farò bene e continuerò ad attingere alle mie vere gioie fuori dal lavoro”. L’indipendenza è un valore e un traguardo notevole, perfino vitale. Il problema è che viviamo in una realtà interdipendente e le nostre conquiste più importanti richiedono capacità di interdipendenza ben al di sopra di quelle che possediamo attualmente.

Il semplice atto di contemplare il cambiamento può far crescere nelle persone l’inquietudine per gli ostacoli percepiti. Può accadere che dopo un primo entusiastico trasporto per la prospettiva di un futuro ideale ci si senta frustrati, perché non si può vivere quel sogno nel presente. E’ a questo punto che può essere utile ricordare il ruolo del cervello nei sentimenti. L’attivazione della corteccia prefrontale sinistra alimenta la speranza che ci da motivazione facendoci immaginare la sensazione di grande benessere che proveremo nel realizzare il nostro ideale. E’ questo che ci sprona a dispetto degli ostacoli.

Viceversa, se ci fissiamo su ciò che intralcia il cammino, invece che su quella potente immagine della vostra vita ideale, determiniamo probabilmente l’attivazione dell’area prefrontale destra, sprofondando in una visione pessimistica e demotivante che, di fatto, preclude il successo.

Entrare in contatto con i propri sogni libera energia, entusiasmo, passione per la vita. L’essenziale è scoprire il proprio sé ideale, la persona che si vorrebbe essere, ciò che si vuole ottenere nella vita e nel lavoro. Per sviluppare quell’immagine ideale è necessaria una profonda introspezione che giunga fino a livello viscerale. Nel momento in cui ci appassioniamo improvvisamente alle possibilità che la vita ha in serbo per noi, sappiamo di essere in contatto con quell’ideale.

La sfida che ogni persona deve affrontare è proprio quella di risalire, dentro di sé, alla fonte della speranza – il luogo in cui risiede la forza di evocare e sviluppare la propria immagine ideale.

Il sistema più efficace che conosco per iniziare con la fine in mente è quello di sviluppare l’idea di una propria “missione”, o filosofia, o credo, e di esprimerla in una dichiarazione di missione personale. La “missione” si concentra su ciò che si vuole essere e fare, e sui valori o principi su cui si fondano l’essere e il fare.
Una dichiarazione di missione personale è una sorta di costituzione personale.
Con una dichiarazione di missione, noi possiamo procedere con i cambiamenti.

Per poter scrivere una dichiarazione di missione personale, dobbiamo partire dal centro stesso della nostra sfera d’influenza, quel centro che comprende i nostri paradigmi fondamentali, la lente attraverso la quale vediamo il mondo. E’ qui che noi esercitiamo la nostra visione delle cose e i nostri valori. E’ qui che applichiamo le nostre facoltà umane. E’ qui che usiamo la nostra autoconsapevolezza per esaminare le nostre mappe e, se seguiamo i giusti principi, ci rendiamo conto se le nostre mappe descrivono in modo esatto il territorio, se i nostri paradigmi si basano su principi e sulla realtà.

E’ qui che usiamo la nostra conoscenza come una bussola, che ci aiuti a riconoscere il nostro talento e i campi in cui possiamo dare il nostro contributo. E’ qui che usiamo la nostra immaginazione per creare mentalmente il fine a cui tendono i nostri desideri, dando direzione e scopo ai nostri inizi e dando sostanza alla nostra costituzione. E’ qui inoltre che i nostri sforzi, se focalizzati, ottengono i maggiori risultati. Mentre lavoriamo nel cuore della nostra sfera d’influenza, noi la espandiamo. Si tratta di un lavoro ad alto potenziale, con un impatto decisivo sull’efficacia delle nostre azioni, in ogni aspetto della nostra vita. Qualsiasi cosa si trovi al centro della nostra vita è la fonte della nostra sicurezza, della nostra direzione, della nostra saggezza e del nostro potere.

  • La sicurezza rappresenta il senso del nostro valore, la nostra identità, il nostro ancoraggio emotivo, la nostra stima di noi stessi, la nostra fondamentale forza personale.
  • La direzione è ciò che guida la nostra vita. La nostra mappa, il nostro interno quadro di riferimento che interpreta per noi quanto avviene all’esterno, racchiude in sé canoni, principi o criteri impliciti che governano, momento per momento, ogni nostra decisione e azione.
  • La saggezza è l’ottica secondo cui vediamo la vita, il nostro senso di equilibrio, la nostra comprensione del mondo in cui le varie parti e i vari principi sono interconnessi e interagiscono fra loro. Comprende concetti come quelli di giudizio, discernimento e comprensione. E’ un insieme, un’unità, una totalità di fattori integrati.
  • Il potere è la facoltà o capacità di agire, la forza e la potenza necessaria per compiere qualcosa, l’energia vitale che permette di operare scelte e prendere decisioni. Comprende anche la capacità di superare abitudini profondamente radicate e di coltivarne altre, più efficaci.

Questi quattro fattori – sicurezza, direzione, saggezza e potere – sono interdipendenti. La sicurezza unita a una chiara direzione genera la vera saggezza, e la saggezza diventa la scintilla che fa da catalizzatore per il potere. Lo libera e lo indirizza.
Quando questi quattro fattori sono presenti insieme, armonizzati fra loro e in condizione di potenziarsi, creano la grande forza di una personalità nobile, un carattere equilibrato, un individuo meravigliosamente integrato.

Ponendo al centro della nostra vita dei principi giusti, creiamo un solido fondamento per lo sviluppo dei quattro fattori che sostengono la vita. La nostra sicurezza deriva dal sapere che, diversamente da altri centri basati su persone o cose soggette a cambiamenti frequenti e immediati. I principi giusti non cambiano. Noi possiamo fare affidamento su di loro. I principi non reagiscono di fronte a nulla. Non impazziscono e non ci trattano in modi diversi. Non divorziano da noi o fuggono col nostro migliore amico. Non cercano di ingannarci. Non ci facilitano la strada con scorciatoie o scappatoie. Non dipendono dal comportamento di terzi, dall’ambiente o dalla moda del momento per essere validi. I principi non muoiono. Non ci sono un giorno per sparire il giorno dopo. Non possono essere distrutti dal fuoco o da un terremoto, non possono essere rubati. I principi sono verità profonde, fondamentali, verità eterne.

*** LA SINDROME DELLA RANA BOLLITA.

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Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana.

Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare.

La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa.

L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce -semplicemente – morta bollita.

Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50° avrebbe dato un forte colpo di zampa, sarebbe balzata subito fuori dal pentolone.

Questa esperienza mostra che – quando un cambiamento si effettua in maniera sufficientemente lenta – sfugge alla coscienza e non suscita – per la maggior parte del tempo – nessuna reazione, nessuna opposizione, nessuna rivolta.

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