IL SE’ IDEALE E IL SE’ REALE

autostima

Guardatevi, ascoltatevi, vi svegliate ancora entusiasti del nuovo giorno, ben intenzionati a non dormire un solo minuto più del necessario? Vi abbandonate al riso come facevate un tempo? Trovate la vostra vita personale divertente come in passato? E sul lavoro, vi divertite ancora? Se vi rendete conto che il lavoro, le relazioni e la vita nel suo insieme non vi infondono energia e speranza per il futuro, è segno che forse abbiamo smarrito il senso del nostro sé reale. Allora è giunto il momento di guardarci dentro e capire chi siamo diventati.

Il sé ideale è svanito e il vostro sé reale è sfocato! – cogliere la realtà della propria vita può non essere semplice. Come è possibile che questo accada a persone di normale intelligenza? Come può sfuggirci la percezione di ciò che siamo diventati? Probabilmente, la sindrome della rana bollita – il lento impercettibile insinuarsi del compromesso e della compiacenza – è ciò che più ostacola l’esatta percezione della nostra immagine. Sebbene gli altri, intorno a noi, riescano a coglierlo con chiarezza, noi perdiamo la capacità di comprendere chi siamo diventati.

Con il tempo, come sotto l’effetto di un anestetico, la presenza del sé ideale non si avverte più, la visione si offusca e si perdono di vista i sogni. Il peso di responsabilità quali il mutuo della casa o il mantenimento dei figli agli studi, insieme al desiderio di condurre un certo stile di vita, può spingere la gente a percorrere una determinata strada, indipendentemente dal fatto che essa sia o meno in linea con i propri sogni. Si diventa insensibili alla passione e ci si appresta a lasciare ancora più spazio nella propria vita alle attività contingenti.

Il sé ideale lascia lo spazio al sé normativo. Sono i genitori, il coniuge, i capi e gli insegnanti a darci la loro versione del nostro sé ideale, quando ci dicono chi dovremmo essere: questa immagine genera il sé normativo, ossia la persona che pensiamo di dover diventare. Accettando il sé normativo facciamo di esso una sorta di contenitore che ci intrappola e ci troviamo a muoverci al suo interno, simili ad un mimo che tasti pareti invisibili.

Quando soccombiamo alla convinzione di essere vittime delle circostanze e ci arrendiamo al determinismo, perdiamo speranza e ambizione e ci appiattiamo alla rassegnazione e all’inattività. “Sono una pedina, una marionetta, una ruota dell’ingranaggio e non posso farci nulla. Ditemi solo cosa devo fare”. Moltissime persone intelligenti e dotate si sentono così e soffrono l’ampia gamma di stati di scoraggiamento e depressione che ne consegue. La risposta della cultura popolare per sopravvivere a tutto questo è il cinismo: “Limita le tue aspettative dalla vita al punto da non essere più deluso da niente e da nessuno”. Il diverso e contrastante principio di crescita e speranza nella storia è la scoperta che “Sono io la forza creativa della mia vita”.

Oggi molte persone sono oppresse dalla paura. Hanno paura del futuro. Si sentono vulnerabili sul lavoro. Temono di perdere il posto e, di conseguenza la capacità di mantenere le loro famiglie. Questa vulnerabilità spesso favorisce la rassegnazione a una vita senza rischi e alla co-dipendenza dagli altri al lavoro e a casa. Nella nostra cultura la risposta più comune al problema è l’indipendenza. “Devo concentrarmi su ‘me stesso e ciò che è mio’. Farò il mio lavoro, lo farò bene e continuerò ad attingere alle mie vere gioie fuori dal lavoro”. L’indipendenza è un valore e un traguardo notevole, perfino vitale. Il problema è che viviamo in una realtà interdipendente e le nostre conquiste più importanti richiedono capacità di interdipendenza ben al di sopra di quelle che possediamo attualmente.

Il semplice atto di contemplare il cambiamento può far crescere nelle persone l’inquietudine per gli ostacoli percepiti. Può accadere che dopo un primo entusiastico trasporto per la prospettiva di un futuro ideale ci si senta frustrati, perché non si può vivere quel sogno nel presente. E’ a questo punto che può essere utile ricordare il ruolo del cervello nei sentimenti. L’attivazione della corteccia prefrontale sinistra alimenta la speranza che ci da motivazione facendoci immaginare la sensazione di grande benessere che proveremo nel realizzare il nostro ideale. E’ questo che ci sprona a dispetto degli ostacoli. Viceversa, se ci fissiamo su ciò che intralcia il cammino, invece che su quella potente immagine della vostra vita ideale, determiniamo probabilmente l’attivazione dell’area prefrontale destra, sprofondando in una visione pessimistica e demotivante che, di fatto, preclude il successo.

Entrare in contatto con i propri sogni libera energia, entusiasmo, passione per la vita. Quando un Leader possiede questa passione può stimolare entusiasmo nelle persone che guida. L’essenziale è scoprire il proprio sé ideale, la persona che si vorrebbe essere, ciò che si vuole ottenere nella vita e nel lavoro. Per sviluppare quell’immagine ideale è necessaria una profonda introspezione che giunga fino a livello viscerale. Nel momento in cui ci appassioniamo improvvisamente alle possibilità che la vita ha in serbo per noi, sappiamo di essere in contatto con quell’ideale. La sfida che ogni persona deve affrontare è proprio quella di risalire, dentro di sé, alla fonte della speranza – il luogo in cui risiede la forza di evocare e sviluppare la propria immagine ideale.

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